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IL VENERABILE NONNO |
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Grazie all'HDS Italia, assieme a Fabrizio Grion di San Lorenzo Isontino ed Umberto Bottoni di Verbania, due nuovi amici conosciuti per l'occasione, ho avuto la fortuna ed il privilegio di immergermi con quelle attrezzature con le quali andavano sott'acqua i nostri antenati, non di sangue! L'emozione è stata davvero grande: ripercorrere con il proprio respiro, con i propri passi pesanti, con le proprie paure, le strade già battute dagli antesignani degli attuali sommozzatori autonomi ci ha fatto rivivere secoli di ricerche, di esplorazioni, di avventure, e ci ha dato una sensazione che credo non possa essere descritta pienamente a parole. Dopo aver letto libri, riviste e resoconti collezionati nel tempo, dopo aver visto filmati e documentari narranti la stupenda avventura della penetrazione dell'uomo sotto il mare, io, da appassionato quasi al limite della malattia e da attivissimo praticante che sono, non potevo far a meno di immergermi, anche se per un brevissimo tempo, nel "nostro" passato. Era una tappa obbligatoria. Letteralmente scompaio all'interno dell'enorme vestito di tela gommata, e per un attimo respirare, sentire la gomma mi fa ritornare all'infanzia. Risento lo stesso identico odore della mia inseparabile maschera azzurra marca Pirelli che copriva anche la bocca, regalatami da mia madre, con la quale vivevo le mie prime piccole avventure subacquee sotto qualche palmo d'acqua. Una dopo l'altra spingo le mani fuori dagli stretti polsini. Aiutato da Cesare e Michele, gli assistenti di Gianluca, il nostro istruttore, mi viene serrata e legata in vita una cima. Esco dal piccolo locale e mi dirigo verso la sedia dove completerò la preparazione. Entro nelle calzature di cuoio e legno, zavorrate da piombo, che vengono legate saldamente sopra la caviglia. Poi, seduto, mi infilo il collare. Così come mi trovo mi chiedono di unire le ginocchia, perché sopra vi appoggeranno la cassettina di legno contenente i settori, i dadi a galletto, le rondelle, la ritenzione della manichetta dell'aria e la chiave di serraggio. Ripensando a quando mi capitava di osservare le stampe riproducenti disegni a colori di palombari, mi chiedevo perché il palombaro era sempre così seduto impettito, ginocchia giunte, mani ai lati di queste, fermo immobile come assise su un banco di qualche chiesa. Solo ora capisco che questa non è una semplice postura formale, o una posa per un fotografo, ma un'esigenza concreta. Il sole ormai si è alzato, picchia e fa caldo, sudo dentro il vestito, e mi pizzica pure la fronte a causa dello zuccotto di lana rossa infìocchettato in cima da un pon pon. Magari per la prossime volte un ombrellone potremmo anche "procurarcelo" da uno dei numerosi stabilimenti balneari della vicina riviera romagnola. L'assistente e la guida posizionano e stringono tutti i pezzi contenuti nella cassetta sui perni filettati del collare. Poi mi appoggiano le due zavorre, sternale e dorsale, che con i loro 35 Kg. di peso, pressano inesorabilmente. Tutta salute, alla faccia della lombosciatalgia! Ora in piedi. Con uno sforzo mi tiro su, e mi viene fissata la sagola di ritenuta al cavallo, il sottopalle! Vengo invitato verso la scaletta. Caracollante, sotto non so quanti chili di piombo, facendo attenzione a non cadere in acqua in questo momento, (sarebbe letteralmente fatale) percorro i pochi metri con passi pesantissimi che fanno vibrare tutta la passerella. Piano, girandomi schiena all'acqua, scendo un paio di gradini. Continuo inesorabilmente a sudare dentro la "lana" e la "gomma". Gianluca mi infila l'elmo di rame sulla testa. Ora dall'interno vedo la finestrella laterale con le protezioni; poi fa compiere all'elmo un ottavo di giro sul collare fino a quando il mio viso si trova di fronte all'apertura che ospiterà l'oblò circolare. Ecco, ci sono quasi, fra poco saprò se dentro questa scatola avrò un attacco di claustrofobia oppure no! Gli assistenti fissano con il catenaccino l'elmo e per bene la manichetta e la braga unite insieme; effettuano gli ultimi controlli. Inizia rumorosamente a fluire l'aria, l'istruttore fa qualche battuta sulla sicurezza di tutto il sistema in immersione, sorrido forzatamente, ho la salivazione quasi azzerata, e non credo che sia solo per il caldo, buon per lui che non è capace di leggere nel pensiero! Poi mi chiede se sono pronto ad essere completamente inscatolato. Gli do l'OK!
Prende l'oblò dal secchio nel quale era immerso e lo avvita nella sua sede sull'elmo. Adesso sono chiuso completamente dal di fuori, l'aria fluisce costantemente. Provo con la testa la valvola di scarico e sgonfio un po' lo scafandro. Sono molto concentrato, ho memorizzato le spiegazioni che ci sono state fatte prima del tuffo, me le ripeto mentalmente, anche se non ce ne sarebbe bisogno perché dal gracchiante auricolare all'interno mi viene ricordato tutto. Una bella pacca sull'elmo è il segnale che posso iniziare la mia immersione. Cautamente scendo i gradini della scaletta d'acciaio reggendomi saldamente al corrimano, l'acqua sommerge la cupola di rame. Mi chiedono di fermarmi un attimo per effettuare un ulteriore controllo, eseguo. Tutto bene, posso continuare. Ora sotto i miei,-piedi zavorrati c'è un saltino che mi farà atterrare sul fondo. Scarico ancora aria spingendo la testa contro la valvola per diventare un po' negativo, in un movimento all'inizio pensato ogni volta, e poi eseguito automaticamente. Volando al rallentatore verso il basso arrivo a poggiare i piedi giù. La prima piacevole sensazione che sento sott'acqua è quella del fresco che finalmente ha sostituito la calura che sentivo all'aperto qualche minuto fa. È strano, posso parlare normalmente, e non come succede quando con le bombole sulle spalle ed un erogatore in bocca riesco ad urlare qualcosa ai compagni d'immersione solamente tra un'inspirazione e l'altra. Compio qualche esitante passo che man mano che scorre il tempo diviene sempre meno incerto. Con un forte accento veneto mi vengono ripetuti gli esercizi che dovrò effettuare. È una cosa del tutto particolare, mi muovo sottacqua in questo modo nel contempo antico e nuovo per me, sto "respirando" la storia dell'immersione nel vero senso della parola. Inclinato un po' in avanti cammino, poi passeggio all'indietro, quindi mi sposto lateralmente a destra e a sinistra. Braccia larghe, gambe unite e dritte mi poggio sul fondo di pancia. Di nuovo in piedi, semplicemente non scaricando aria dalla valvola sopra la testa. Ora stesso esercizio, ma di schiena. Mi sdraio quindi supino, potendo così vedere, oltre la superficie dell'acqua resa tremolante dalle mie bolle di scarico che gorgogliano verso l'alto, i volti degli amici che sono su. Mi sollevo a mezz'acqua, scendo, passeggio ancora, passa un tempo indefinito. Poi mi viene chiesto di riportarmi verso la scaletta e di risalire su. CAZ'...Mannaggia, la prima immersione con lo scafandro è già finita! I minuti sono scappati via. Risalgo pesantemente i pioli d'acciaio. Pian piano davanti al vetro dell'oblò vedo l'acqua lasciare il posto all'aria e, contemporaneamente, risento nuovamente tutta la forza di gravità terrestre che mi schiaccia sotto la pesante attrezzatura. Sono al cinema ed osservo un film muto, infatti tutti quelli che sono di fuori li vedo muovere le labbra, gesticolare e spostarsi, ma non riesco a sentirli. Ascolto un'unica colonna sonora, dentro l'elmo c'è ancora il rumore del sibilo dell'aria che entra, ed, ogni tanto, anche la voce di chi, all'altra estremità del cavo telefonico dice qualcosa. Totalmente riemerso, una volta assicuratemi, Gianluca svita la finestra tonda anteriore, e mi chiede com'è andata. Una ridda di sensazioni positive mi si affollano nella mente, per descriverle tutte probabilmente dalla mia bocca dovrebbe uscire un fiume di parole. Sorridendo, e questa volta spontaneamente rispondo solamente:"FANTASTICO! ! !" ...e la claustrofobia? Con Umberto e Fabrizio, sempre sotto lo sguardo vigile di Gianluca, Michele e Cesare, pronti sempre a correggere le nostre cappellate, via via ci avvicendiamo nel ruolo di palombaro, guida ed assistente, aiutandoci così a creare tra noi un certo affiatamento, hi fondo le persone che nutrono gli stessi interessi e le stesse passioni non sono mai estranee le une alle alte, anche se non si sono mai viste prima. Questi due giorni con i nostri tuffi purtroppo volano letteralmente, arrivando alla fine alla consegna della bella pergamena attestante la frequentazione con successo del corso per "PALOMBARO SPORTIVO". Palombaro, magica parola, il cui suono evoca nell'immaginazione, incredibili avventure vissute sotto i mari di tesori sommersi, guerre subacquee, città sotto i flutti, navi affondate, della quale, noi, fortunati e privilegiati, possiamo fregiarci anche con un pizzico d'orgoglio! Sia per l'impegno personale che per la logistica occorrente, immergersi con lo scafandro non è cosa da poco; per questo, da oggi, ogni volta che scenderò sottacqua con il mio autorespiratore autonomo, lo farò con maggior rispetto e consapevolezza per quell'attrezzo che permette di volteggiare liberi nelle tre dimensioni dello spazio acqueo senza peso. "Lui" è il nipote del "Venerabile Nonno", lo scafandro flessibile da palombaro, senza la cui passata esistenza e storia, la maggior parte di noi sub moderni, non avrebbe mai potuto gioire delle bellezze e dei misteri del Sesto Continente, se non per il limitato tempo di una discesa effettuata trattenendo il respiro. Noi, neo palombari, ci sentiamo in cuor nostro di fare due ringraziamenti. Il primo nuovamente all'HDS ITALIA, ed il secondo, al nostro istruttore Gianluca Minguzzi che, riuscendo a trasmetterci la sua passione e dedizione, ci ha aiutato piacevolmente a concretizzare questo nostro piccolo (ma grande) sogno. Davvero un buon lavoro. L'esperienza non rimarrà come un singolo ricordo che un po' alla volta si allontanerà nel tempo ma, ci auguriamo, sia solo l'inizio di una nuova avventura. Ragazzi, a quando il corso avanzato? Giacinto Marchionni-PESCARA
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