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Dopo un anno di esposizione al pubblico nella quarta sala del Museo Nazionale
delle Attività Subacquee di Marina di Ravenna, la mostra "La subacquea
di carta" viene sostituita dalla nuova "Mostra storica della speleosubacquea
triestina".
Questa nuova mostra è stata concepita e curata dalla Federazione Speleologica
Triestina, per dare la giusta importanza ed un riconoscimento alle persone
che, da veri pionieri, hanno svolto un'intensa attività d'esplorazione
e di studio nel campo della speleosubacquea nel periodo che va dai primissimi
anni '50, fino circa al 1970. Le radici della speleologia triestina penetrano
indietro nel tempo di almeno un secolo e mezzo, quando la città, ancora
sotto l'Impero d'Austria, in forte espansione demografica, ha bisogno
di acqua potabile.

La ricerca idrogeologica si svolge nel retroterra della città, una zona
carsica, arida in superficie, ma con la certezza della presenza di acque
sotterranee nella profondità del sottosuolo. Nel carso triestino le acque
sotterranee si identificano con il fiume Timavo, che si inabissa a S.
Canziano, in Slovenia, e riemerge in periferia di Trieste, precisamente
a S.Giovanni di Duino. Il percorso ipogeo di 32 km, rimane tutt'oggi uno
degli interrogativi più interessanti per i geologi e gli studiosi di idrologia
carsica. Il patrimonio genetico di quei primi esploratori si è trasmesso
attraverso il tempo ed il susseguirsi delle generazioni, ed in buona parte
rimane presente ancora nei giovani speleologi triestini di oggi.

La tecnica era tutta da inventare, semplicemente perché non esistevano
scuole o esperti della materia. Ecco che l'ingegnosità e la fantasia di
quei primi pionieri, trovò libero sfogo: si crearono sistemi di comunicazione
subacquei, i primi fari rudimentali con fanaleria delle motociclette e
le batterie delle medesime; una serie d'accorgimenti e di ausili, sempre
autocostruiti, per rendere più sicura la prosecuzione subacquea.
La regola era... che non c'erano regole, quindi il calcolo del rischio
e la responsabilità erano lasciati a parametri personali. Con questa Mostra
si vuole inoltre ricordare un altro aspetto della speleosubacquea, che
oggi si va perdendo: quello dell'amicizia e dell'agire in comune. Possiamo
affermare che oggi, tanto più' una spedizione è complessa ed articolata,
tanto minore importanza si dà al legame emotivo e spirituale tra i componenti
della squadra. L'emozione è subordinata ad una logica funzionale. Non
era così allora, quando la necessità di collaborare sigillava poi dei
legami di amicizia che duravano per tutta la vita.
Alla mostra sono stati esposti i documenti e le attrezzature della prima
grande impresa esplorativa da parte della squadra della Società Adriatica
di Scienze (1950). Si parla dell' "Operazione Corsaro" volta alla scoperta
del percorso sconosciuto del fiume Timavo, che s'ipotizzava scorresse
in quella che fu chiamata la "Valle Sotterranea": un alveo ipogeo, in
cui il fiume attraversava enormi gallerie. E' il primo esempio d'esplorazione
subacquea che vanta una grossa pianificazione, il patrocinio delle autorità
comunali, la fornitura da parte della ditta Pirelli del materiale tecnico
ed un seguito sui mezzi d'informazione.
I 156 metri di penetrazione nelle risorgive del Timavo, a Duino (TS),
(G. Cobol) e i -64 metri di profondità alle Risorgive del Gorgazzo (PN),
(G. Cobol e G. Macor) sono sufficienti a stabilire dei primati, che all'epoca
sono ritenuti record mondiali. Sono inoltre esposti gli studi fatti sulla
modifica degli A.R.O. che, con un sistema automatico per l'aggiunta di
azoto nel sacco polmone, è uno dei primi esempi di rebreather a miscela.
(furono raggiunti i -39 metri).
La poca documentazione scientifica dell'epoca permette di definire pionieristici
gli studi sull'impiego delle miscele per l'immersione profonda. G. Cobol
verifica personalmente la possibilità di immergersi con "idrogeno-ossigeno"
e ne teorizza in seguito l'impiego fino a -120mt.
Negli anni '60/'70 abbiamo un incremento delle esplorazioni da parte delle
squadre delle società speleologiche triestine, che ottengono notevoli
risultati, tra i quali ricordiamo l'esplorazione del "Fontanon di Goriuda"
sul massiccio del monte Canin (F.Venchi e G.Borean), del "Fontanone di
Rioneri" in Val Resia (L.Russo, M.Tomè, F.Podgornik)e della "Grotta Amelia"
in Val Raccolana .
La mostra è l'occasione per ritrovare degli amici e rivivere fatti ed
episodi dell'epoca, dai quali è emersa la creatività, la caparbietà ma
anche lo spirito goliardico di questi primi esploratori. (D.Cobol)
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