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Polluce: una storia risorgimentale
A seguito di un’indagine svolta dai Carabinieri Tutela
Patrimonio Culturale di Firenze, il 10 ottobre 2002 Scotland
Yard consegnava quanto era stato da loro sequestrato il 17
giugno 2001 presso la casa d’aste londinese Dix Noonan Webb. Il
materiale prezioso denominato “il tesoro di Santa Lucia” (dal nome di una secca tra Livorno e Genova)
proveniva da un recupero illegale avvenuto nel febbraio del 2000 su un
relitto che giace a tre miglia da Porto Azzurro, isola d’Elba.
L’operazione
illegale ai danni del patrimonio archeologico nazionale, era
avvenuta con l’uso di un rimorchiatore, armato di gru e benna,
che si era ancorato sul relitto distruggendolo completamente. Il
gruppo, aveva richiesto alle nostre Autorità un permesso
ufficiale per il recupero di alluminio nel relitto del
Glenlogan affondato a Stromboli da U-boot tedesco
nell’ottobre del 1916. Modificando poi abilmente i documenti.
Era necessario capire il motivo per cui quel relitto navale
era stato oggetto di un simile saccheggio da parte di un gruppo
che le indagini successive confermarono essere cercatori di tesori
sottomarini.
La storia navale nazionale, gli archivi degli storici
specializzati, i database internazionali, non hanno mai
riportato un relitto navale tesoriero nelle acque italiane, con
l’unica eccezione di una menzione nell’Atlante dei Tesori
Sommersi di Nigel Pickford, un’autorità in merito.
Con
una ricerca condotta da Enrico Cappelletti e Gianluca Mirto durata quasi due anni e
seguendo una flebile traccia, questa incredibile storia marittima risorgimentale è tornata alla
luce. Sparsi in una decina di Archivi di Stato ed in numerose
biblioteche furono trovati brandelli di documenti e la quasi totalità dei carteggi di un processo,
che fece grande eco internazionale, tenutosi a Livorno nel 1842,
e durato due anni.
Nelle centinaia di fogli le testimonianze dei passeggeri, e
del comandante, che si salvarono dal naufragio del Polluce,
la notte del 17 giugno 1841, a poco meno di tre miglia a est da
Capo Calvo, Isola d’Elba, dopo essere stati abbordati dal vapore
napoletano Mongibello che fece colare a picco la
nuovissima nave della compagnia sarda De Luchi Rubattino in meno
di 15 minuti.
Non fu un incidente. Alla fine del processo i giudici
decretarono che l’abbordaggio fosse avvenuto in maniera dolosa.
Il motivo di ciò è ancora sconosciuto e le ipotesi che si
possono fare sono molte.
Dai documenti ritrovati esce fuori un frammento dell’Italia
risorgimentale forse poco nota. Il Polluce - spesso
chiamato Pollux perché era stato costruito a Le Havre nel
1839 - era andato a fondo con 100 mila monete d’oro e 70.000
colonnati d’argento (real da 8 spagnoli) oltre ai gioielli e i
beni di 46 ricchi passeggeri.
Raffaele
Rubattino, a due mesi dal naufragio della sua nave, con
un’impresa ardita per quei tempi, cerca di recuperare il relitto
(16-17 settembre 1841). Le testimonianze scritte raccontano come
fu eseguita l’opera e come il relitto fu sollevato dal suo letto
di sabbia. Causa il peggioramento del tempo e la rottura di un
argano (forse anche questa dolosa) il recupero fu
definitivamente abbandonato. Aveva speso 270 mila lire contro un
costo di 500 mila del piroscafo (in una sua lettera autografa a
Garibaldi indica 470 mila lire).
Nel 1844, il tribunale di Livorno gli concesse la
soddisfazione di vincere la causa contro i Vapori Napoletani,
causa condotta magistralmente dal celebre avvocato livornese
Domenico Guerrazzi, uno dei più agguerriti liberali toscani,
che, successivamente, per alcuni anni, fu anche “il dittatore”
del Granducato.
Rubattino non fu mai risarcito, né la sua compagnia di
navigazione risarcì i passeggeri che scomparvero nel nulla senza
mai testimoniare al processo.
L’unico esempio della lista di carico rintracciato, che non
cita né i 70 mila colonnati né ovviamente i beni dei passeggeri,
non è sicuro che sia quella corretta.
La traccia che porta ai valori è un frammento di cronaca di
un quotidiano di Marsiglia in cui il cronista racconta con molti
particolari quello che riuscì a farsi raccontare dal nostromo
del Polluce che assieme ad altri sette connazionali era
stato rimpatriato a Marsiglia da Livorno.
A chi era destinata questa somma per ora non lo si è
scoperto. Né si comprende come alcuni passeggeri avessero con sé
notevoli somme di denaro.
Il valore del tesoro non è possibile a definirsi. Qualche ricercatore straniero lo ha stabilito in molti
milioni di dollari e comunque così elevato da entrare nella hit
parade dei tesori marini più cospicui, se non del mondo, di
sicuro del Mediterraneo.
Deve essere sicuramente elevato, se nel tempo vi furono
alcuni tentativi di recupero. A metà del 1800 una società
livornese tentò di individuare il relitto, senza fortuna. Così
come negli stessi anni c’è traccia storica della volontà del
Ministero della Guerra di Parigi. Poi tra il 1920 e ’30,
Bertolini, sindaco elbano, si impegnò ripetutamente per
individuare il relitto. Ed infine nel 1936 la famosa So.ri.ma
di Genova giunse a Porto Azzurro con tre navi recupero ed i suoi
palombari per tentare di recuperare il tesoro del Pollux.
L’operazione fece tanto scalpore che la radio nazionale fece
anche una diretta.
Se i primi cercavano una leggenda la So.ri.ma di sicuro aveva
notizie molto più certe.
Nelle storie elbane, si raccontava che re Ferdinando IV
aveva
affidato, prima di fuggire, ad una nave spagnola, partita da
Napoli e diretta verso un porto amico, gli oggetti più preziosi
della casa reale borbonica. Tra i preziosi anche una carrozza
d’oro. Il vascello, giunto davanti l’Elba, per non cadere nelle
mani della flotta francese che presidiava le acque, si
autoaffondò. I naufraghi, a terra, raccontarono delle meraviglie
che il Pollux trasportava.
Solo con la scoperta del relitto, e avendo rintracciato le
cronache del tempo, si è potuto scoprire che i naufraghi, giunti
a terra, erano tre passeggeri del Polluce e che la stessa
aveva a bordo la carrozza della duchessa Della Torre.
Dal febbraio del 1936, quando i palombari della So.ri.ma
lasciarono la baia di Porto Azzurro del Polluce rimase
solo la leggenda. Fino al 2000, quando chi, sapendo bene che
cosa contenesse, non ha sfondato il relitto per prelevare parte
del contenuto.
Nota
RAFFAELE RUBATTINO
Raffaele Rubattino (1809-1881) fu il primo armatore italiano di
vascelli a vapore (pironaviglio): nel 1838 fondò la Società di
navigazione De Luchi Rubattino.
Nel 1839, iniziò i collegamenti tra Genova, Marsiglia, Livorno e
Napoli, che potenziò con i piroscafi Polluce e Castore.
Nel 1851 la Compagnia Rubattino ebbe l'autorizzazione per
collegare regolarmente Genova con la Sardegna. Negli anni
seguenti stipulò un accordo con l' armatore siciliano Florio,
con cui fondò la Navigazione Generale Italiana.
Di Rubattino erano anche i due piroscafi su cui s’imbarcarono i
Mille,, il Piemonte e il Lombardo, acquistati
grazie alla mediazione di Giovan Battista Fauchè, un dipendente
della Compagnia. Dopo l'apertura del canale di Suez (1869),
Rubattino estese i suoi interessi commerciali fino in Abissinia,
dove qualche decennio dopo si esercitarono le prime mire
imperialistiche del regno d'Italia.
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