| VOLEVO FARE IL PALOMBARO... di Domenico Piro |
| Domenico Piro - allievo Palombaro -
Mezzano, 28 Marzo 2004
Ogni volta che racconto a qualcuno di quando ho indossato lo scafandro per la prima volta ed ho visto il livello dell'acqua salire fino a sommergere gli oblò dell'elmo, è come se le persone a cui sto parlando si suddividessero automaticamente in due categorie.
Da un lato quelli i cui occhi si illuminano e prendono a sorridere quando mi sentono parlare di valvola di non ritorno, di scarico dell'aria azionato con la testa, di "lana" indossata sotto un glorioso "vestito" stagno Pirelli, dell'odore dell'ottone e del rame, di manovre di compensazione e di assetto, di una sveglia nel cuore della notte per arrivare (da Roma) a Marina di Ravenna di buon mattino.
Dall'altro quelli che, invece, non riescono a nascondere un'espressione perplessa che diventa scettica man mano che il racconto va avanti e in parallelo cresce la mia emozione, mentre si moltiplicano i dettagli sulla mia esperienza da palombaro, dalla "lunga" attesa per riuscire ad essere inserito nel calendario degli stage sino al "giorno dopo" speso a godermi un meritato ma soprattutto necessario riposo.
Della
prima categoria fanno parte - l'avrete capito - i subacquei, quelli che
della profondità non possono fare a meno. Nell'altra, invece, c'è il
"resto del mondo". E questi secondi interrompono quasi sempre
il mio racconto chiedendomi: "Perché?"..
.Perché indossare un'attrezzatura che arriva a pesare ottanta chili?
Perché utilizzare mezzi tecnici da anni fuori circolazione? Perché
imparare qualcosa che non potrai rifare tutti i giorni? E così via... Perché? La prima risposta arriva fulminea: quello del palombaro è un sogno. Molti di noi sono rimasti affascinati da quegli uomini che, spesso inconsapevolmente, erano dei pionieri degli abissi ma avevano l'umiltà dei lavoratori che affrontano un mestiere duro e pericolosissimo, ogni giorno. Il colpo di fulmine è arrivato magari giocando da bambini con Big Jim palombaro e la conchiglia che gli intrappolava la gamba. A qualcun altro è bastata la scena di un film. Altri (magari un po' più avanti con l'età) hanno avuto la fortuna di vederli riemergere e quell'emozione non li ha mai più abbandonati.
Gli stage dell'HDS sono prima di tutto l'occasione di realizzare un sogno. Per molti di noi antico, quasi ancestrale. Ma la "pozza" dove ti immergi con lo scafandro non è un parco a tema come, per esempio, la vicina Mirabilandia. È la piscina di una delle società di lavori subacquei più importanti d'Europa (tecnicamente diving contractors), la Marine Consulting. E basta sbirciare nel piazzale o nel vicino capannone per perdersi tra "campane" di saturazione, camere di deco, ombelicali lunghi centinaia di metri, elmi che hanno visto il buio eterno delle profondità oceaniche. E già da questo "paesaggio", non di certo scelto a caso, capisci che all'HDS si fa sul serio.
Vestire
lo scafandro negli stage da palombaro non è uno scherzo, non è una
"mascherata" ne una semplice ricostruzione storica. E qui
arriva la seconda risposta che di solito do ai miei increduli
interlocutori. Il
recupero del tesoro della HMS Thetis 1831 Perché? Perché immergersi
con, muoversi con, lavorare con lo scafandro, in poche parole gestire
l'attrezzatura da palombaro è probabilmente una delle cose più
difficili che si possa fare sott'acqua. Quando il sole pallido di fine marzo mi ha accolto a Ravenna dopo un viaggio sotto la pioggia e la grandine, avevo un solo pensiero in testa: riuscirò ad alzarmi dallo sgabello (dove avviene la vestizione con la parte più pesante dell'attrezzatura), a girarmi ed a scendere la scaletta con ottanta chili addosso? Una paura che di certo non mi hanno fatto passare le maniere "spicce" degli istruttori, ne domande come: sei fisicamente allenato? Quando alzi di squat? E via dicendo... (solo dopo ho capito che era la terapia d'urto, quello del primo impatto).
Dopo che arrivi sulla Scaletta e ti senti battere sull'elmo (l'eco metallico, è il segnale che tutto è pronto puoi scendere), capisci che quello del peso è il problema minore. Sotto la pressione della colonna d'acqua inizia il bello: stare in posizione verticale, camminare, sedersi, risalire, dare prova di destrezza e confidenza, simulare situazioni d'emergenza come il collasso dello scafandro o l'emersione rapida... Bene solo anni . di subacquea e di mare possono aiutarti a confrontarti con problemi di assetto tanto spinti. Lo scafandro non è un GAV, dove premi un bottone e gonfi a piacere. Qui l'aria entra lentamente e devi radicalmente cambiare il tuo modo di concepire l'assetto e lo stare in acqua. Per farlo, hai solo poche ore...
Entrata in acqua
Poi c'è il terzo punto, la fatica fisica. Non lo pensavo (illuso dai paralleli tra il mare e gli ambienti a gravità zero) ma sott’acqua gli oggetti sembrano pesare forse più che sulla terra! E spostare transenne o sagolare piombi, mentre ti sforzi di guardare dalle "luci" dell'elmo che si appannano, può essere davvero duro. Anche perché l'elmo non ha un erogatore e i lavaggi dell'anidride carbonica (migliore amica della fatica e del mal di testa) che si accumula sono lentissimi. E non puoi aspettare che siano finiti per riprendere i tuoi esercizi o completare i compiti assegnati.
Discesa
C'è poi un'altra difficoltà da affrontare, questa psicologica più che fisica. Avere cura del proprio equipaggiamento, perché quei "pazzi" dell'HDS non si accontentano - che so - di dare ai loro allievi un'attrezzatura russa o coreana di recente fabbricazione. A me hanno fatto indossare un elmo Galeazzi con vestito Pirelli degli anni '50. Era tutto così bello e perfetto che meritava un posto in un museo... Emozione nell'emozione, vederselo addosso... ma che paura di rovinare un capitale! Insomma adesso posso dare una risposta completa a quella domanda: "perché fare il palombaro?". Perché ho realizzato un sogno, perché ho avuto un'idea di quanto fosse difficile la vita per quei pionieri delle profondità a cui noi subacquei amatoriali (e non) dobbiamo tutto...Anche se quando ci infiliamo gav e bombole spesso non ci pensiamo nemmeno.
Ma soprattutto perché mi sono messo alla prova, sono cresciuto come subacqueo. In poche ore ho dovuto dare fondo (e portare al limite) tutte le conoscenze accumulate in anni di corsi e di immersioni con le bombole. E dopo il salto della transenna (si avete letto bene, il salto sott’acqua di una transenna alta più di un metro) sentire nell'intercom dell'elmo la voce gracchiante di Gianluca -il capo istruttore - che dice: buona la prima. Bene, è un qualcosa che porterai sempre con tè.
Come porterò sempre con me, il piacere di aver conosciuto gli amici dell'HDS. Persone competenti e appassionate, dalle quali puoi imparare tanto. Ma soprattutto persone che come me - avrebbe detto Conrad - non pensano che il mare sia un amico dell'uomo, ma solo un compagno delle sue inquietudini...
Da
sinistra: la Guida (Matteo Tagliapietra), l’Allievo (Domenico Piro) ed
il Palombaro Istruttore (Gianluca Minguzzi)
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